Parrocchia della Madonna dell'Orto 
opere d'arte nella chiesa della Madonna dell'Orto:
IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Giudizio Universale

Jacopo Tintoretto (1518-1594): anno 1563 Dim. 580 x 1450

Quasi complementare a questo per richiamare alla osservanza della Parola di Dio necessaria per la salvezza, il grande telere del Giudizio Universale esprime tutta la tragedia e la bellezza di quel momento supremo: "Quando il Figlio dell'Uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E verranno a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri" (Mt 25, 31-32). Il telere ricorda le composizioni michelangiolesche e l'Inferno dantesco. Sotto il Cristo quasi prostrato dal dover giudicare gli uomini che non l'hanno accolto, la Vergine e san Giovanni Battista, come nelle Deesis bizantine, intercedono per gli uomini. Alla destra del Cristo vi è un giglio che simboleggia le anime dei giusti ed alla sinistra una spada che indica i colpevoli. Appena sotto, la Carità, l'amore di Dio, è raffigurata da una donna che sorregge due bimbi che simboleggiano le Virtù Teologali della Fede e della Speranza riconsegnate a Dio quando, svelato il suo volto cesseranno di sostenere la vita dell'uomo. Il Figlio sta guardando la propria madre che tiene la mano sul petto in segno di supplica e, più sotto, ai lati del dipinto, quattro angeli suonano le trombe rivolti agli angoli del mondo, annunciando il giorno del giudizio di Dio. Sotto a questi, il potente arcangelo Michele, quasi sospeso nel vuoto, regge una bilancia sulla quale vengono pesate le anime e la spada, simbolo del suo perenne combattimento contro Satana. Più sotto, la tragedia della dannazione: un intrecciarsi di figure di demoni spingono i condannati verso l'inferno, li precipitano in un fiume di ispirazione dantesca nel quale Caronte spinge una barca carica di un groviglio di corpi, nella furia torrenziale di acque oscure dalle quali non vi sarà ritorno. I morti sorgono dalle tombe o emergono dalle spaccature del terreno, hanno forme di scheletri, con la faccia avvolta nella terra, sottostanti lastre tombali, con il capo rivolto verso il basso, segno della loro irreversibile caduta. Altre si trasformano in piante con il germogliare di rami dai loro corpi, segno della perdita della loro identità a causa della dannazione eterna. Ma uno sprazzo di speranza conclude la scena: nell'ultima parte del dipinto, un angelo sceso dal cielo salva un'anima strappandola alle tenebre: una concezione della salvezza per la quale niente avrà la forza di vincere la potenza della morte redentrice di Cristo mediante la quale gli uomini sono salvati. In alto a destra, fra i beati, si intravede una coppia di personaggi che sono stati individuati con Girolamo Grimani e la moglie, committenti dei teleri.

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Dal vangelo secondo Matteo - Capitolo 25