Parrocchia della Madonna dell'Orto 
opere d'arte nella chiesa della Madonna dell'Orto:
IL MIRACOLO DI SANT'AGNESE

Martirio di Santa Agnese

Jacopo Tintoretto (1518-1594). detta anche dei CELESTINI per il colore degli abiti degli angeli. anno 1575 Dim. 200 x 400

Raffigura il miracolo di Sant'Agnese, martire del III secolo sotto Diocleziano, che resuscita il figlio del prefetto romano Sinfronio che si era invaghito della fanciulla ed era stato colto dalla morte.
Ma la dodicenne, raffigurata dal Tintoretto con le sembianze di una fanciulla dai lunghi capelli sciolti, con i quali aveva protetto la sua nudità, vestita di bianco, simbolo della sua purezza ancora intatta, resuscita il giovane che mentre si rianima mantiene sul volto il pallore della morte.
L'intera scena è dominata dalla colomba dello Spirito Santo, il datore della vita, attorno al quale ruotano angeli dalle vesti azzurre, soprastanti solenni architetture imperiali.
Accanto alla bimba, l'agnello che secondo la iconografia medioevale è l'immancabile attributo della santa, simbolo della sua purezza.

Si dice che subì il martirio a dodici anni. Quanto è detestabile questa barbarie, che non ha saputo risparmiare neppure un`età così tenera! Ma certo assai più grande fu la forza della fede, che ha trovato testimonianza in una vita ancora all`inizio. Un corpo così minuscolo poteva forse offrire spazio ai colpi della spada? Eppure colei che sembrava inaccessibile al ferro, ebbe tanta forza da vincere il ferro. Le fanciulle, sue coetanee, tremano anche allo sguardo severo dei genitori ed escono in pianti e urla per piccole punture, come se avessero ricevuto chissà quali ferite. Agnese invece rimane impavida fra le mani del carnefici, tinte del suo sangue. Se ne sta salda sotto il peso delle catene e offre poi tutta la sua persona alla spada del carnefice, ignara di che cosa sia il morire, ma pur già pronta alla morte. Trascinata a viva forza all`altare degli dei e posta fra i carboni accesi, tende le mani a Cristo, e sugli stessi altari sacrileghi innalza il trofeo del Signore vittorioso. Mette il collo e le mani in ceppi di ferro, anche se nessuna catena poteva serrare membra così sottili. Nuovo genere di martirio! Non era ancora capace di subire tormenti, eppure era già matura per la vittoria. Fu difficile la lotta, ma facile la corona. La tenera età diede una perfetta lezione di fortezza. Una sposa novella non andrebbe si rapida alle nozze come questa vergine andò al luogo del supplizio: gioiosa, agile, con il capo adorno non di corone, ma del Cristo, non di fiori, ma di nobili virtù. A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: «E` un`offesa allo Sposo attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio». Stette ferma, pregò, chinò la testa. Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui, tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la palma del martirio.
Dal Trattato «Sulle vergini» di sant'Ambrogio, vescovo